sabato 7 novembre 2009

Ranocchia, il muro di Bari

Se Andrea Ranocchia è arrivato a giocare titolare fisso in Serie A è solo per merito della testa. Qualche gol, propiziato dai suoi 195 cm di altezza, penserete. No, niente a che vedere. Andrea legge Paulo Coelho (ha appena terminato «Il vincitore è solo», ultima opera dell'autore brasiliano), non frequenta discoteche e simili, vive giorno per giorno, non si cura dei titoli dei giornali che lo accostano un giorno all'Arsenal, un giorno al Manchester United, un giorno alla Juventus. La forza di Andrea Ranocchia è il cervello.
Il cervello che, unito a quel grande quantitativo di talento che possiede, lo fa diventare, oltre che un bravo difensore, un ragazzo intelligente e molto maturo, considerando i 22 anni che compierà il 16 febbraio. Sempre pronto a rispondere «Presente!» quando è necessario, sempre concentrato e quindi gradito a tutti coloro che lo hanno allenato. Tutte caratteristiche che lo hanno trasformato, nel giro di un paio di mesi, da semisconosciuto a pallino di diversi allenatori. E se tra loro ci fosse anche Lippi? Andrea non se ne cura, e vive al presente. Il passato è un ricordo, il futuro un'incognita.
Ma forse quando, nel 1993, cominciava a tirare calci a un pallone, nella squadra del paesino in cui viveva con la sua famiglia, Andrea al futuro pensava eccome. Guidato da Gianni Ridolfi, nello Sporting Club Bastia Umbra, cominciava a formarsi un futuro difensore centrale possente e affidabile. Dopo lo Sporting Club, il primo approccio col calcio che conta grazie al trasferimento a Perugia, distante pochi chilometri da Bastia Umbra. Fatta la trafila nelle giovanili, vicino l'esordio in prima squadra, la società di Gaucci fallì, lasciando tantissimi giocatori, dai senatori ai giovanissimi, in mezzo a una strada (si fa per dire: il loro in mezzo a una strada non sarà mai paragonabile a quello della gente "normale"). Ma a raccogliere dalla figurata strada Andrea arrivò l'Arezzo, che lo aggregò alla Primavera. Con i suoi coetanei il ragazzo trascorse però solo una manciata di mesi, perchè venne scovato da Elio Gustinetti, che se lo portò in fretta e furia in prima squadra. Con essa si allenò, socializzò, ma non esordì. Poi il "Gus" abbandonò la Toscana, e a sostituirlo arrivò l'esordiente Antonio Conte, che prima di allora aveva svolto solo il ruolo di allenatore in seconda. L'ex idolo juventino ammirò da subito il talento di Ranocchia, che portò in ritiro e fece esordire in Serie B, contro il Mantova. Nella sua prima stagione da professionista, Andrea collezionerà 24 presenze ed un gol, non male per un difensore centrale di diciotto anni. Ma nonostante il grande approccio di Andrea col calcio che conta, l'Arezzo retrocesse in Serie C1 e Conte mollò gli ormeggi. Nonostante la retrocessione, Andrea rimase fedele ai granata e, anzi, si affermò come un difensore roccioso e insuperabile, con 32 presenze e tanta, tanta maturità acquisita. Il resto è stato un susseguirsi di eventi veloce, velocissimo: il Genoa ha acquisito il suo cartellino, Conte ha firmato col Bari e l'ha voluto con sè. Il suo Bari, dopo una cavalcata fantastica e grazie alla difesa meno battuta del campionato, è risalito in Serie A dopo diversi anni di cadetteria. E si arriva così al presente: Andrea, esordiente in Serie A a San Siro contro l'Inter, è riuscito a stoppare le iniziative di Eto'o e Milito, mica due qualunque, guadagnandosi la fiducia del neo-tecnico, Gianpiero Ventura, e del popolo di Bari, che ne ha fatto, insieme all'altro giovane pilastro difensivo, Leonardo Bonucci, e al bomber Barreto, il proprio idolo. Se oggi la difesa del Bari è la meno battuta della Serie A, gran parte del merito è suo.
Andrea del futuro non vuol parlare, ma dice di ammirare molto Alessandro Nesta, capace di «ritirarsi sempre su rifiorendo come una quercia». Non si cura delle varie voci di mercato, considerato che non legge i giornali, seguendo alla lettera il consiglio del ds barese, Giorgio Perinetti. Considera Bari una piazza calcisticamente giusta, ma per il resto dichiara di frequentare di rado la città, in quanto «tra partite con il Bari e impegni con l'Under 21 le occasioni per girarla un po' si sono ridotte ulteriormente».
Intanto è diventato un pilastro, oltre che del Bari, dell'Under 21. E se arrivasse una chiamata da Lippi? «Non ci penso», dice lui. Sarà vero? Noi gli crediamo. Il muro di Bari non mente.

INFORMAZIONI PERSONALI
Nome completo: Andrea Ranocchia
Nato il: 16 febbraio 1988
Nato a: Assisi (Italia)
Altezza: 195 cm
Peso: 82 kg
Squadra di appartenenza: Bari
Esordio in Serie A: 23 agosto 2009, Inter-Bari 1-1

mercoledì 28 ottobre 2009

«¡Humillados!»

sabato 17 ottobre 2009

Delač, il predestinato

Non accade tutti i giorni di esordire in un campionato professionistico a 17 anni ancora da compiere, contro la squadra campione in carica, difendere egregiamente la tua porta e poi, quando la gara è nelle battute conclusive, respingere un rigore ad un giocatore esperto con un passato in tutta Europa decidendo così il risultato in favore della tua squadra. È cosa rara, certo. Ma se andaste a dirlo a Matej Delač, portiere croato - ma nato in Bosnia Erzegovina - classe 1992, vi risponderebbe che in realtà a lui è accaduto.
Portiere longilineo (1,90 x 80), Matej cominciò la sua carriera nell'Inter Zapresic - società alla quale tutt'oggi appartiene - partendo dai Giovanissimi. Il suo primo allenatore fu Franjo Rau, il quale senza indugi lo piazzò in porta vista la sua enorme stazza. Il 17 febbraio 2008 Matej, già promosso da un po' in prima squadra dove fungeva da portiere di riserva, fece il suo ingresso in campo, approfittando dell'infortunio del primo portiere dell'Inter, nella proibitiva sfida contro i campioni di Croazia della Dinamo Zagabria. Con i suoi 16 anni e 182 giorni, divenne inoltre il più giovane calciatore di sempre ad aver esordito nella 1.HFC, la prima divisione croata. L'Inter vinse sorprendentemente quella gara con il grande contributo di Matej, il quale, nelle battute conclusive dell'incontro, respinse un rigore dell'asso del calcio croato, Davor Vugrinec. Ciò fece di lui un predestinato, oltre a farlo diventare l'idolo dei tifosi dell'Inter e non solo. E, come se non bastasse, nella gara successiva Matej, schierato dal primo minuto, guidò un'altra volta i suoi alla vittoria in una nuova, impegnativa gara, contro l'Hajduk Spalato, respingendo un nuovo penalty di un altro importantissimo giocatore croato: Nikola Kalinic - del quale il portiere, in seguito, dichiarò di aver studiato la modalità con la quale calciava i rigori da diverse videocassette -.
Ovviamente Matej è ora il portiere titolare dell'Inter Zapresic, ma nonostante ciò non si monta la testa e, non essendo ancora maggiorenne, continua a frequentare regolarmente la scuola, dove è considerato un vero asso. Come portiere, ha ancora ampi margini di miglioramento: nelle uscite alte è molto sicuro di sé, essendo favorito anche dalla sua altezza; ma spesso prende gol con tiri rasoterra e in futuro dovrà migliorare specialmente questa caratteristica. Si è dimostrato però un ottimo pararigori - Vugrinec e Kalinic ne sanno qualcosa - e, a differenza di molti suoi coetanei che ancora non hanno esordito da professionisti, può già vantare molta esperienza almeno in campo nazionale. È un ragazzo serio e ambizioso, non esce la notte e prende molto sul serio la sua attività calcistica, che da un po' di tempo è raddoppiata essendo diventato il portiere della Nazionale croata Under 19. E, oltretutto, ha anche recentemente realizzato il suo sogno nel cassetto.
Infatti Matej fin da piccolo manifestava il fatto che avrebbe voluto giocare in Inghilterra. A realizzare il suo sogno è stato il Chelsea, che gli ha fatto firmare un contratto valido fino al 2016. Purtroppo il mercato dei londinesi è bloccato fino al 2011 per il caso-Kakuta, e dunque proprio a gennaio 2011 avverrà il passaggio di Matej in Blues. Per lui, però, è forse meglio così: nel frattempo potrà affinare la tecnica e terminare gli studi. E affermarsi definitivamente come uno dei migliori talenti del calcio mondiale.

INFORMAZIONI PERSONALI
Nome completo: Matej Delac
Nato il: 20 agosto 1992
Nato a:
Gornji Vakuf Uskoplje (Bosnia Erzegovina)
Altezza: 190 cm
Peso: 80 kg
Squadra di appartenenza: Inter Zapresic (Chelsea dal 2011)
Esordio da professionista: 17 febbraio 2008, Inter Zapresic-Dinamo Zagabria 1-0

giovedì 8 ottobre 2009

Palermo, colpo Loco

Martìn Palermo continua a stupire tutti, e dimostra di meritarsi il soprannome "El Loco". Guardate che si è inventato nel 3-2 del suo Boca contro il Velez campione d'Argentina.

giovedì 24 settembre 2009

È tornato Di Natale

Sarà che la - bellissima - nuova maglia dell'Udinese gli calza a pennello, ma Antonio Di Natale lontano da Udine, cosa che sembrava certa prima della splendida doppietta che è valsa all'Udinese un punticino prezioso alla prima di campionato contro il Parma, proprio non ce lo vedo.
Ironia della sorte, doppietta realizzata proprio contro la squadra che sembrava aver sborsato 10 milioni di euro per assicurarsi il "folletto" partenopeo (1,70 x 70, nato a Pomigliano d'Arco, in provincia di Napoli, il 13 ottobre 1977). Partenopeo, come ci tiene sempre a ricordare. Lo dimostra il fatto che il 10 sulla maglia è in onore del suo idolo d'infanzia, così come quello di tutti i ragazzini napoletani cresciuti negli anni '80, Diego Armando Maradona - ma guarda un po' -, e che il suo cantante preferito è il napoletanissimo, nonchè suo amico, Gigi D'Alessio - con il quale ha duettato, nell'ottobre 2007, in diretta su Radio Marte -. In fondo, proprio nei vicoli del quartiere Partenope di Pomigliano d'Arco Totò - anzi, Tonino, come lo chiamano ancora oggi a casa e come lo chiameremo nell'arco di questo articolo - ha tirato i primi calci al pallone, tralasciando lo studio e facendo logicamente irritare papà Salvatore e mamma Giovanna (scomparsa da un paio d'anni dopo una lunga malattia), desiderosi di vedere Antonio lasciare presto e bene quei quartieri difficili dove entrare nei giri sbagliati è più facile di quanto si creda, ma altrettanto contenti di vederlo crescere come calciatore, quando questo si è rivelato il futuro di Tonino. Il quale, scoperto giovanissimo dallo scout napoletano dall'occhio lungo - anzi, lunghissimo - Lorenzo D'Amato, viene portato dallo stesso a Castello di Cisterna, stesso destino che era già toccato ai più anziani Vincenzo Montella e Nicola Caccia e che toccherà in futuro anche a Francesco Lodi. Con l'avvento degli anni '90, Tonino viene consigliato dal solito D'Amato all'Empoli, il cui mercato per quanto riguarda i giovanissimi era curato allora da Maurizio Niccolini, il quale si vanta ancora oggi di averlo preso «a zero lire».
Ad Empoli si toglie la soddisfazione dell'esordio da professionista - siamo nella stagione 1996-97, l'Empoli è in Serie B -, si fidanza 19enne con la sua futura moglie Ylenia Betti e negli anni a seguire viene mandato a farsi le ossa in C tra Iperzola - C2, stagione 1997-98, 33 presenze e 6 gol - e Varese - C1, stagione 1998-99, quattro presenze prima di tornare in C2 al Viareggio -. Proprio a Viareggio si registra il suo definitivo exploit, con 12 centri in 25 presenze. L'Empoli se lo riporta a casa, lo blinda e lo fa diventare il suo simbolo globale. Tonino risponde «presente» all'appello e con i suoi gol - 16 in 38 gare di campionato - porta i toscani in Serie A. Anche contro squadre di livello superiore non si scompone e si fa trovare sempre pronto sotto rete: 13 reti, di cui una all'esordio assoluto in A, alla prima giornata a Como, e tre nella vittoria per 4-2 del suo Empoli sulla Reggina, gara che segna la sua prima convocazione nella Nazionale targata Trapattoni, per l'imminente amichevole contro la Turchia. Purtroppo, la stagione successiva, che sfortunatamente coincide con l'anno dell'Europeo, non è tutta rose e fiori: Tonino colleziona solo 5 reti, l'Empoli giunge penultimo e scende nuovamente in Serie B e il Trap lo lascia a casa, escludendolo dalla truppa designata per cercare di vincere in Portogallo.
La scelta di cambiare squadra per rilanciare la carriera è obbligata. Tonino accetta le avances dell'Udinese, che lo veste di bianconero in fretta e furia. Alla corte di Luciano Spalletti va a formare con l'altro folletto David Di Michele e con il gigante Vincenzo Iaquinta - oggi, dei tre, solo Tonino è ancora in Friuli - un micidiale trio d'attacco che permette, alla fine della stagione, la prima, storica qualificazione alla Champions League dei friulani. Dopo aver superato la fase preliminare con un brillante doppia prestazione contro lo Sporting Lisbona, i bianconeri vengono sorteggiati in un girone di ferro contro Barcellona - futuro campione d'Europa -, Werder Brema e Panathinaikos. Purtroppo l'Udinese giunge terzo, condannato dagli scontri diretti con il Werder Brema, e scende in Coppa Uefa. Tonino fa benissimo in entrambe le competizioni, realizzando tre reti al Werder e una al Lens in Uefa. Nonostante l'addio di Spalletti - passato alla Roma - e i troppi cambi di allenatore - la stagione, cominciata con Serse Cosmi, termina con Giovanni Galeone e di mezzo c'è un breve periodo con la coppia Sensini-Dominissini in panchina -, Tonino segna ovunque stabilendo un nuovo record: è infatti l'unico calciatore italiano - record detenuto ancora oggi - ad aver segnato, in una unica stagione, in campionato, Coppa Italia, Champions League e Coppa Uefa. Ma neppure questo convince Marcello Lippi a portarselo in Nazionale, e così Tonino è costretto ancora una volta a guardare i suoi compagni in tv. Anche se, questa volta, l'Italia torna dalla Germania con la Coppa del Mondo in tasca. Al contrario di Lippi, Donadoni ne fa un punto fermo della sua Italia. Con l'ex tecnico del Livorno come c.t., Tonino realizza una rete all'Ungheria e due alla Turchia in amichevole, poi il 12 settembre 2007 segna all'Ucraina il suo primo gol in una partita ufficiale con la maglia azzurra. Un gol dedicato a mamma Giovanna, che è ricoverata in ospedale in gravi condizioni. Purtroppo questa è l'ultima gioia per lei, che muore in poco tempo. Tonino non si scoraggia e nel campionato 2007-2008, con Pasquale Marino in panchina e con i concittadini Fabio Quagliarella e Antonio Floro Flores a formare un nuovo, grande tris d'attacco, dedica ben 17 reti alla sua amata mamma, e si conquista la convocazione per Euro 2008. Purtroppo l'avventura italiana termina con la Spagna, futura campione d'Europa, agli ottavi, dopo i calci di rigore, e gli errori decisivi dal dischetto sono di De Rossi e proprio di Tonino. Le offerte, per quello che nel frattempo è diventato il capitano dell'Udinese, piovono: Roma, Fiorentina e Wolfsburg sono sulle sue tracce, ma Tonino sceglie col cuore e rimane in Friuli. Nella stagione successiva lui continua ad andare forte, e realizza altre 12 reti. Purtroppo l'infortunio rimediato nelle ultime battute del campionato gli impedisce di partecipare alla Confederations Cup, dalla quale l'Italia esce rovinosamente. Ancora una volta l'estate lo vede fra i nomi caldi del mercato, ma stavolta sembra che sia tutto fatto per il suo trasferimento a Parma. Ma alla fine non se ne fa nulla, e lui riparte con una doppietta proprio contro il Parma. Il primo gol è un rigore, ma il secondo una prodezza balistica: una girata al volo da fuori area che, all'89', va a spegnersi all'angolino basso. Uno di quei capolavori ai quali ci ha abituati: nella prima giornata del campionato scorso, segnò un altro gol del genere, agganciando splendidamente e scavalcando il portiere del Palermo Amelia con un fantastico pallonetto. Quei gol che facevano arrabbiare Morgan De Sanctis, suo ex compagno all'Udinese, ora al Napoli dopo trascorsi non molto fortunati al Siviglia e al Galatasaray: «Quando in allenamento gli arrivavano questi palloni lunghi, lui aveva sempre pronta la magia. Un pallonetto, un colpo di tacco, una rovesciata. E mi fregava sempre. Mi faceva incazzare di brutto e volevo ucciderlo. Poi mi rendevo conto che un giocatore normale, queste cose non le fa.» Anche ieri, nella gara contro il Milan, ha messo il suo timbro sulla gara, salendo a quota 7 reti in 5 giornate. Sarebbero potute essere otto, se solo nella sua Napoli la terna arbitrale avesse convalidato il suo gol. Un giocatore normale, queste cose non le fa. Mai.

INFORMAZIONI PERSONALI
Nome completo: Antonio Di Natale
Nato il: 13 ottobre 1977
Nato a: Pomigliano d'Arco (Napoli)
Altezza: 170 cm

Peso: 70 kg

Squadra di appartenenza: Udinese
Esordio in Serie A: 14 settembre 2002, Como-Udinese 0-2

venerdì 11 settembre 2009

Albiceleste, è crisi!

Adesso sì che si può definire crisi. L'Argentina di Diego Armando Maradona, già sconfitta pesantemente a Rosario dal Brasile, è caduta per la seconda volta nel giro di neanche una settimana, messa sotto dal Paraguay, che tra le altre cose grazie a questa vittoria ha ottenuto la qualificazione al Mondiale sudafricano. Adesso la qualificazione della Seleccion è seriamente in pericolo, con Venezuela ed Uruguay che ormai sono solo ad un punto, Ecuador che con la vittoria esterna in Bolivia è passato al quarto posto e Brasile, Paraguay e Cile ormai lontanissime.
In patria la domanda che ovviamente sorge spontanea è se l'ex Pibe de Oro sia davvero il tecnico adatto alla guida di una Nazionale che ora, a due giornate dalla fine del girone di qualificazione, dovrà impegnarsi moltissimo per ottenere la qualificazione. Maradona ha sbagliato tutto sotto il punto di vista tattico, schierando a Rosario una difesa priva di Samuel ma composta dai centrali del Velez campione d'Argentina, Dominguez ed il promettente Otamendi. Entrambi sono stati massacrati sulle palle alte, non a caso i primi due gol brasiliani sono nati proprio da esse. In più, l'ex Pibe ha puntato tutto sulla motivazione quando si sa che al giorno d'oggi le partite si vincono con la forza fisica e non con quella mentale. La dimostrazione lampante di ciò è proprio il Brasile di Dunga, dotato di ottimi saltatori in attacco e in difesa, di centrocampisti capacissimi in fase di sfondamento e di copertura e di attaccanti letali, anzi, di un Luis Fabiano letale che come al solito ha messo il proprio timbro sulla gara. Al contrario, l'Albiceleste è sembrata spaesata e nettamente inferiore, con attaccanti piccoli e fragili ad eccezione di un Martin Palermo sul quale il peso degli anni comincia a farsi sentire, centrocampisti incapaci in fase di copertura ad eccezione di Veron, che però in Paraguay si è fatto espellere ad inizio ripresa, e una difesa che fa acqua da tutte le parti. In quanto al portiere, Maradona sembra aver attribuito proprio ai vari estremi difensori che nel tempo hanno difeso la porta della Seleccion la colpa dei numerosi scivoloni. Carrizo è stato tagliato fuori dal giro della Nazionale dopo le sei reti subite in Bolivia, anche lì frutto più delle voragini difensive che delle colpe inesistenti dell'ex laziale. Andùjar è stato ritenuto inadatto a difendere la porta argentina proprio dopo la sconfitta di Rosario ma ad Asuncion il portiere dell'Az Alkmaar, Sergio Romero, non si è rivelato migliore nè peggiore del catanese. Altra scelta ingiustificata di Maradona è stata quella di tenere fuori in entrambe le occasioni El Principe Milito, che nelle prime apparizioni con la maglia dell'Inter ha convinto tutti e che forse sarebbe stato utile alla causa, magari supportato dai veloci ed agili Messi ed Agüero (o Lavezzi). A occhio e croce l'unica nota positiva in questa canzone stonatissima è Jesus Dàtolo, giocatore del Napoli e autore di un gran gol contro il Brasile che ha dimostrato a Donadoni che se schierato come esterno offensivo di sinistra può davvero far male.
Dunque l'Argentina maradoniana, nonostante disponga di campioni in ogni ruolo, appare come una squadra senza capo nè coda, tradita dagli uomini sui quali l'ex Pibe aveva puntato di più, Messi e capitan Mascherano, vergognosi sia a Rosario sia in Paraguay. In più, circondato da tutto questo trambusto, Maradona appare più spaesato di prima e un fallimento anche negli ultimi due turni, che prevedono lo scontro interno contro il Perù e la trasferta in Uruguay, potrebbe essere letale.

domenica 30 agosto 2009

Platini, guarda qua!

E sbrigati con il tuo piano anti-simulatori, perchè intanto alcune squadre - come l'Arsenal in questo caso - perdono punti grazie ai furbi!